GIANCARLO RASTELLI:
Una vita di servizio per un servizio alla vita.
Esempio ai giovani medici.

Il 2 febbraio del '70 moriva a Rochester Minnesota il dott. Giancarlo Rastelli cardiochirurgo, ricercatore.
Dopo tanti anni è facile dire che Giancarlo fu capo della ricerca cardiovascolare alla Clinica Mayo di Rochester Minnesota, scopritore del Rastelli 1 e del Rastelli 2, cioè due metodologie operatorie che ormai, da anni, salvano migliaia di bambini nel mondo e che, da tempo sono applicati come metodi di avanguardia anche in U.R.S.S.


E' invece difficile ripercorrere l'iter di questo giovane medico di Parma, congregato mariano, cristiano totale, emigrato povero come borsista della NATO, umile medico italiano nella libera concorrenza dei cervelli e dei miliardi in America. Difficile spiegare ai giovani medici di oggi come arrivò a queste scoperte da solo e soprattutto negli ultimi 5 anni terribili della malattia contratta per lavoro e ricerche, autodiagnosticatasi, sofferta in silenzio, giorno dopo giorno, riducendo al minimo le ore di sonno, rubando tempo alla vita senza riservarne per sé. Indossò con dignità la morte che lo rodeva, addomesticandola sotto il sorriso ottimista di sempre, del giovane che sa, in ogni caso, vedere un punto più in là, più in alto, anche nel vissuto quotidiano. Già da studente a chi gli chiedeva:< Cosa faresti se sapessi che devi morire?> rispondeva con la frase di S. Filippo Neri "Continuerei a giocare a palla". La palla per lui era la sua professione nelle sale di Cardiochirurgia sperimentale americane o negli Archivi di Anatomia patologica dove andava per controllare centinaia di cuori operati e conservati. Lì, rimase fino a 4 giorni prima della morte, coerente, fedele a se stesso, inchiodato con passione alla sua ricerca, ai suoi malati. Eppure Gian come era chiamato da tutti, anche in America, era giovane (è morto a 37 anni), bello, simpatico, tutto battute ed umorismo. Il prof Kirklin, uno dei più grandi cardiochirurghi americani, scrisse di lui dopo la morte: " La prima cosa che mi colpì fu quel bel volto latino, quel sorriso comunicativo… la sua grande umanità verso l'uomo."

Giancarlo credeva nell'uomo in toto. Era cresciuto presso i gesuiti di Parma ( Padre Molin Mosè Pradel) nella cultura dell'uomo-da-salvare, dell'altro da servire conscio sempre che il medico, gli ospedali, i centri di ricerca esistono solo in quanto esiste il malato. Sono stati creati intorno a questa figura e non per assicurare un posto di lavoro ai dipendenti. Il malato-da-vivere come finalità primaria, assoluta, antecedente. Tutti ricordano come le giornate e la casetta di Gian fossero sempre aperte ad ospitare bambini italiani cardiopatici in attesa di intervento e come lui fosse sempre pronto a tassarsi, per primo, per aiutarli a pagare i loro interventi in America. Il tavolo della sua casa americana, attaccato al pavimento, pendeva; se si appoggiava un uovo sodo o una mela rotolavano per terra ma per i suoi bambini ospiti ed i loro genitori, allungava ogni giorno, l'insalata mista di molte uova sode dei suoi pasti frugali di ricercatore (assai meno pagato come tale) che aveva scelto di crescere in scienza e solidarietà piuttosto che in soldi. "Umile medico - come scrisse il suo collega Tiberio D'Aloia - ma orgoglioso di arrivare al nocciolo della questione, nel punto in cui si incrociano molti perché dell'uomo… E' riuscito perché amava la medicina finalizzata all'uomo… Per tutti noi medici era la speranza di costruire una società diversa, più umana", di cambiare la società, non di subirla. "Le sue scoperte -riferisce ancora D'Aloia - per la correzione del tronco arterioso e per la trasposizione dei grossi vasi erano molto difficili, ma non potremo mai dimenticare come ce le ha presentate, allora, con semplicità, su un pezzo di carta sgualcito, come se noi comprendessimo il suo linguaggio e sempre con animo disposto anche a sentirsi criticare da noi. E se gli altri non capivano, riteneva se stesso un asino < perché - diceva - la persona veramente colta deve rendersi accessibile a tutti, altrimenti è un ciarlatano che parla solo per se stesso.>"
Anche ai malati spiegava la loro malattia, le cure, senza celarsi dietro segreti professionali di comodo. "Anche se sai di avere pochi minuti per la visita all'ammalato - scriveva - entra, siediti accanto a lui, sorridi, prendigli la mano, incontralo come fratello di un comune destino", non come un numero, carcerato dell'Ospedale. Gli doleva sempre dentro quel malato in attesa di cure e speranza da lui.

Dalla Mayo Clinic (ente morale), quando ancora non era stato chiamato alla ricerca, scrisse: "Qui i vasi di coccio vanno in pezzi immediatamente. I valori in campo sono effettivi e vengono verificati tutti i giorni. Non c'è posto per nepotismo, politica, accademismo e raccomandazioni."
Ecco, il messaggio più significativo della vita di Giancarlo per i giovani era questo: riconfrontarsi, riverificarsi ogni giorno, ogni ora, con la propria laurea, professione, essenza, umanità, cristianesimo. Mai vivere di rendita su valori passati.
La Chiesa si è interessata alla sua figura come esempio da portare ai giovani medici. Un esempio di carità nella professione e di professionalità anche nella carità. Per i suoi meriti di uomo-cristiano gli fu conferito il Premio Missione Del Medico dalla Carlo Erba post mortem. Per i suoi meriti scientifici si tengono congressi a suo nome in tutto il mondo. Gli sono state assegnate tre medaglie d'oro a Washington, è sepolto ad honorem nella Cappella Universitaria di Parma ed ha strade, cippi, scuole, reparti ospedalieri intestati a lui per tutto quello che ha fatto per tutti "gli altri del mondo". Per salvarli.

Rosangela Rastelli Zavattaro



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