PREFAZIONE AL LIBRO

È arbitrario che questo libro ci sia. Perché non doveva esserci. E perché avrebbe dovuto rimanere stampato, ma invisibile, nel pudore, nella nostalgia e nei più inviolati silenzi interiori di chi adesso l'ha scritto al computer per dovere e fedeltà.
Sono sterminate le biblioteche di libri già pronti e rifiniti, nitidi e colmi di suoni, che non affioreranno mai dalla custodia intima e gelosa di chi li ha tessuti solo in memoria e intende leggerli in esclusiva, sfogliarli, ripercorrerli, punteggiarli, concedendosi a un gioco privatissimo e cinematografico, quello delle indagini seducenti, penose e talora lancinanti che si combinano e si convocano, insorgono e latitano per rifare - di continuo e da capo un film segretissimo.
Chiunque abbia amato una persona che ha lasciato il corpo per dilatarsi dove non c'è misura, riconosce questa acuta esigenza dell'anima: tacere su ciò che trafigge, passar via, non dare a vedere, rimpiangere nel buio.
Sarebbe stato così anche per Rosangela Rastelli, sorella mai consolata di un medico cristiano bello e generoso - un medico dei prossimi - che avvampò di passione scientifica, non si concesse risparmi né limiti, fu chiaro protagonista del cercare e del trovare, eppure non oppose concetti di indisponibilità al desiderio di Dio d'averlo più accanto.
Quel medico sapiente, quel chirurgo di mirate intraprendenze ebbe nome Gian Rastelli. E si dovrebbe dire che morì giovane se davvero credessimo - e non lo crediamo - che la rotta di un'esistenza sia misurabile in annate invece che in densità di opere.

Gian, operoso senza tregua dentro il muoversi dei giorni, fu uno di quei verdi medici italiani che, nello sfuocarsi del dopoguerra - anno 1961 - traversarono l'Atlantico per sommare il personale talento alle rilevanze dottrinali dei dottori d'America, per apprendere meglio e così cimentarsi, crescere, servire con più temperata risolutezza.
Gian dal camice sterile - garantiscono tutti anche in queste pagine - fu un campione condiviso, prodigo di tenerezze per i malati, scanzonato quando ne fosse il lieto momento, in ginocchio appena la penombra di una chiesa l'avvolgesse.
lo stesso che scrivo di lui con la gioia d'essergli stato concittadino senza mai averlo incontrato di persona nel rotondo di una città (come nella Parma di decenni addietro, dove le generazioni si succedevano sfiorandosi, ogni giovane con la sua ansia d'azione, ogni ragazzo stringendosi alla cerchia di un sodalizio), io sono uno di quelli - tra i tantissimi in Italia e in America - che non smise di sollecitare Rosangela perché fornisse sul caso magistrale del fratello, vivido e incessante, qualcuna delle sue pagine miniate dalle riflessioni, sempre accorate, mai scevre dal proposito di offrire occasioni di confronto.
Noi sollecitavamo Rosangela non perché urgesse un libro dalla cornice d'oro, ma per quell'obbligo, assegnato a ogni credente, di non negare ai circostanti che gli sono contemporanei (e hanno fame e sete di notizie) ogni storia che includa il lievito e la luce, ogni stato di servizio esaltante, ogni racconto di una vita recitata a soggetto senza mai perdere di vista il copione di Dio.
Se resta vero che il chirurgo e lo scienziato Rastelli non avrebbe permesso - così garantisce Rosangela - un inseguirsi di pagine dove per caso si ragionasse di lui (fu schivo di consacrazioni, tenacemente schivo), rimane anche tassativa una circostanza: noi tutti abbiamo diritto di conoscere una nuova vicenda - questa fra le altre - dove le rilevanze di una vita non risultino archiviate alla voce "discrezione".
I buoni dottori che offrirono in pegno se stessi perché lo svasato dolore degli inermi venisse lenito con rigore mai dimesso,
con assiduità motivata, con intendimenti creativi superiori a ogni sacrificio personale, costoro non devono morire mai perché l'addio non li dimette dal dovere di indicare, di sottolineare in rosso i percorsi verso gli alti orizzonti. A tutt'oggi i navigatori di Internet possono imbattersi in un migliaio di pagine web che descrivono la continua e insuperata validità dei metodi Rastelli ("Rastelli operations").
Rosangela ha tenuto paziente cattedra di lingua e letteratura inglese ed ha mutuato da quella cultura l'uso del sottotono, il garbo dell'ombreggiarsi, del non trasparire, del defilarsi.
Tuttavia, scusandosi nel cuore con il fratello, ha in fine accettato di precisare la storia che qui si dipana per sequenze quiete, appropriate.
Il libro, questo libro, venuto adagio allo scoperto, documenta ancora una volta l'evidenza: il Bene ha potuto, può e potrà sempre far conto su quei magnifici servi inutili che il Signore chiama poi "amici". Le pagine sono, in definitiva, la deposizione di un giusto, non primo, non ultimo. Contraddicono i corruschi esegeti del mistero di vivere, abitualmente trancianti nel teorizzare la disperazione di Dio per le millenarie diserzioni degli uomini. Ma quale disperazione? È una diapositiva appannata.
Dio lo sa da prima del mondo che ci sarebbero stati i Gian, che avrebbero continuato a esserci e a non venir meno. Tutti i Gian restano al lavoro, hic et nunc. Mandano lucentezza, telegrafano, si riconfermano, fanno le notti in bianco. Si intrecciano anche, si sommano, i Gian di ieri e i Gian di oggi, tutti diversi, tutti così ugualmente decisi a corrispondere in grazia e impeto le aspettative di chi rifirma, a ogni nuova alba, le strutture cosmiche della Creazione.

Giorgio Torelli


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