UN SANTO DEI NOSTRI GIORNI

Domanda: Torna di "moda" la santità. Questo Papa, con la schiera innumerevole dei nuovi beati e santi, ha riproposto a tutta la Chiesa la "misura alta della vita cristiana ordinaria". Le vite dei santi tornano ad essere lette e rilette, specie se si tratta di uomini e donne del nostro tempo. Ho saputo da lei, caro p. Piersandro, di un cardiochirurgo di cui è iniziato il processo canonico in vista della beatificazione. Ce ne vuole parlare?
Don Vittorio


Il buon don Vittorio, cui avevo parlato di un eccezionale cardiochirurgo incamminato verso la beatificazione e che, da cardiopatico recidivo - già due volte il prof. Mario Vigano, a Pavia, mi ha sostituito la valvola mitralica -, sono interessato a vederlo patrono dei cardiochirurghi, mi domanda un profilo biografico di Giancarlo Rastelli (Gian per gli amici).
Impresa per niente difficile, grazie al bel libro da poco in libreria (e già alla II edizione): un libro rimasto sepolto per oltre 30 anni nel cuore della sorella Rosangela. La quale, invocando la riservatezza del fratello - che non voleva apparire (tanto da ritenere colpi di fortuna le scoperte che veniva facendo e le tecniche operatorie che metteva a punto negli USA) -, ha resistito alle pressioni dei tanti che non volevano perdere la memoria dell'uomo e del cristiano meraviglioso che fu questo ricercatore parmense di fama internazionale (poteva mirare al Nobel: oltre ai vari riconoscimenti, cfr. le tante pagine web a lui dedicate).

E così, in tutti questi anni, migliaia di persone - specialmente negli ospedali e tra gli studenti di medicina e i loro professori - non hanno saputo che Giancarlo Rastelli, di cui sentivano parlare o applicavano le tecniche in cardiochirurgia, era giunto nel 1961 alla Mayo Clinic di Rochester (Minnesota) - la "Corte Suprema della Salute" negli USA -, dove moriva nel 1967, a soli 36 anni: inventando le due metodiche operatorie che portano il suo nome, e hanno salvato migliaia di bambini, proprio quando il morbo di Hodghin lo stava consumando. Ma lui non era tipo da arrendersi e, connivente una moglie altrettanto eccezionale, proseguì fino all'ultimo giorno di vita nelle ricerche e nello stare vicino ai piccoli cardiopatici e ai loro disperati genitori. E quando stava male, nascondeva tutto dietro un generico stato influenzale.
Ma finalmente Rosangela ha ceduto, persuadendosi di non essere più la sorella unica di Gian, perché egli da sempre (ma ora più che mai) era il fratello di tutti. E come aveva fatto in vita, così e ancor più ora, dalla "stanza di sopra", voleva continuare a spendersi per i malati e quanti li curano, non solo con la "Rastelli 1 e 2", ma anche con questa nuova "invenzione" che gli amici, scherzosamente, hanno battezzato "Rastelli 3".
Un libro tanto lineare quanto struggente, articolato in due parti: una propriamente biografica - dove l'asciutta scrittura va dritta al cuore - e la seconda caratterizzata da un'altrettanto sobria, ma quanto efficace, selezione di testimonianze: con le toccanti pagine di Anna, la moglie - alla quale, in punto di morte, con sforzo inaudito ma con tono sereno, Gian disse: "Paga tu il conto del nostro amore" - e di Antonella, la figlia, con i ricordi tanto vivi quanto nostalgici di un papà assolutamente singolare, "la cui assenza ha segnato il resto della mia vita, senza possibilità di compromesso".


Diventata medico come lui, "senza difficoltà e quasi inconsciamente", tale decisione "radicata in me fin da molto piccola, mi permise di avvicinarmi a lui e di capire l'intimo della sua vita umana, cristiana e professionale". Toccanti anche le pagine sia dei gesuiti, che tanta parte ebbero nella formazione di Gian, sia degli amici e colleghi, italiani e americani (compresi i vertici della cardiochirurgia alla Mayo Clinic). Ne emerge sia il ricercatore che, senza posa (fino a intaccare la salute), metteva a punto le nuove tecniche per salvare i bimbi cardiopatici; sia il medico geniale e umanissimo che, facendo interagire scienza e carità, nella persona malata vedeva il Cristo sofferente e ricordava il Buon Samaritano; sia "il mitico Gian", come leggiamo in una testimonianza, col sorriso luminoso e la risata cristallina, innamorato di arte, musica classica e montagna. Ma soprattutto emerge la presenza di Cristo nella sua vita, con le evidenti tracce di quella realtà divina, intima e fascinosa, nel suo quotidiano umano (dalla Congregazione mariana all'ospedale, dalle i relazioni interpersonali alle ricerche scientifiche).

Lapidarie le parole di Gian: "Sapere, senza saper amare è nulla. È meno di nulla", o ancora: "La prima carità che l'ammalato deve avere dal medico è la carità della sua scienza. È la carità di essere curato come va". Ovvio quindi evocare il Cristo che dà la vita per noi, scorrendo queste pagine, e intuire che nella genuina sequela di Cristo è richiesta la stessa disponibilità. Soltanto così entriamo nella "grazia a caro prezzo" vissuta da Gian nei cinque anni del male, per lui nient'affatto oscuro, "intercalati da continui interventi chirurgici, tormentati da periodi di prurito irresistibile, giorno e notte, cui si imponeva di resistere specie durante i congressi, le lunghe ore delle sue conferenze, relazioni ed esposizioni dei programmi ai suoi collaboratori, indispensabili alla scienza medica e alla vita di molti cardiopatici" (p.87).
Opportunamente quindi la Chiesa parmense ha istruito la Causa di beatificazione di questo cristiano autentico, nel quale tanti fedeli laici - in particolare studenti e professori di medicina - troveranno un esempio affascinante, che ha realizzato quanto dice la Novo millennio ineunte: "Gli uomini del nostro tempo chiedono ai credenti non solo di parlare di Cristo, ma in un certo senso di farlo "vedere"" .

Piersandro Vanzan

 

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